Riforma del titolo V

Con la legge costituzionale n° 3 del 18 ottobre 2001 è stato completamente riformato il Capo V, parte seconda della Costituzione italiana, recante norme sulle Regioni, le Province e i Comuni. La riforma assume un carattere essenziale in quanto giunge a conclusione di un lungo cammino verso il decentramento amministrativo e legislativo avviato con la Legge n° 59 del 1997 (Legge Bassanini), con il D.Lgs 469/1997 e il D.Lgs 112 del 1998. Il nuovo testo istituzionale, infatti, opera una nuova e diversa ripartizione delle competenze normative tra Stato, Regioni ed Enti locali, in risposta ai principi di sussidiarietà e federalismo e del partenariato indicati a livello europeo nel Libro Bianco sulla Governance.

Tale documento, infatti, ha proposto un totale cambiamento nel modo di esercitare i poteri, promovendo un modello meno verticistico e centralizzato, in favore di una maggiore apertura a diversi soggetti nel processo di elaborazione delle politiche, così da garantire una partecipazione più ampia delle istituzioni e dei cittadini, alla definizione e presentazione di tali politiche. Citando un passo del Libro Bianco stesso, questo modello incoraggia ad una maggiore apertura e responsabilizzazione di tutte le parti in causa, e rappresenta un presupposto indispensabile per rendere le politiche più efficaci e più adeguate ai bisogni di un dato contesto.
La riforma costituzionale, pertanto, oltre a determinare un'ampia evoluzione di potestà legislativa in favore delle Regioni, ha operato, in linea con i suddetti principi, una profonda modifica nei rapporti internazionali e con l'Unione Europea, a livello di Governance. Alle Regioni viene riconosciuta, infatti, la potestà legislativa concorrente con quello dello Stato, in rapporti internazionali e con l'Unione Europea delle Regioni, mentre resta di competenza esclusiva dello Stato la determinazione degli ordinamenti programmatici e legislativi nazionali, nel rispetto del principio dell'unicità della politica estera italiana. Ciò significa che, comunque, le Regioni in virtù della riforma costituzionale, potranno concludere, nelle materie di loro competenza, accordi con Stati ed intese con enti territoriali interni ad un altro Stato sia pure nei casi e con forme disciplinati da leggi dello Stato stesso.

Oltre a quanto detto, un elemento di grande rilievo che caratterizza tutto l'impianto della riforma costituzionale, è l'opportunità che viene data, ora più che mai, alle Regioni e agli Enti locali di utilizzare una più ampia potestà legislativa per progettare e implementare delle nuove e più efficaci soluzioni di politica attiva del lavoro. In modo particolare le competenze in materia di lavoro, formazione professionale e istruzione risultano totalmente ridisegnate secondo un modello che vede assegnata alle Regioni una potestà legislativa concorrente in tema di tutela e sicurezza del lavoro, ed una potestà esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale. Si tratta, dunque, di importanti novità sia a livello politico-istituzionale sia a livello culturale.
I provvedimenti in tema di lavoro e di formazione professionale, infatti, rivestono una primaria importanza dal punto di vista della pianificazione di un sistema efficace di politiche preventive, se si pensa a tutto l'impianto di regolazione dell'incontro domanda/offerta attraverso i nuovi Servizi per l'Impiego o al sistema dell' orientamento o dei tirocini formativi. Pur nel rispetto del principio secondo il quale, in materie di competenza concorrente, spetta allo Stato il compito di dettare con legge i principi fondamentali, l'affidamento alle Regioni della piena responsabilità di legiferare in tali materie rappresenta una potenzialità enorme per migliorare le possibilità occupazionali nel nostro Paese.

Il principio di sussidiarietà, infatti, al quale si ispira l'intera riforma del titolo V, e che aumenta l'autonomia in capo alle amministrazioni locali, può favorire l'implementazione di interventi di politica attiva mirati alle singole realtà regionali e/o provinciali, in un'ottica di sempre maggiore aderenza delle politiche del lavoro e della formazione alle esigenze di un dato territorio e dei suoi abitanti, anche in ragione delle diverse caratteristiche dei mercati del lavoro locali. Una riforma costituzionale siffatta, dunque, apre la strada ad una serie di normative regionali che si stanno via via definendo e che, sempre in un quadro unitario di diffusione e scambio di buone pratiche, permetteranno di governare e di valorizzare al meglio le diversità territoriali del nostro Paese


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