Lenzi (Toscana), le Regioni protagoniste permanenti nelle politiche del lavoro e della formazione
Roberta Giangiorgi - Tecnostruttura, Ufficio Stampa e Comunicazione
Una voce unica e condivisa tra Regioni nell’interlocuzione con le istituzioni centrali è la chiave per porre con maggiore forza le proprie istanze ed essere riconosciute come rappresentanti competenti e consapevoli delle esigenze territoriali. Alberto Lenzi, assessore regionale al Lavoro, alla Formazione e all'Innovazione tecnologica della Regione Toscana e coordinatore della XI Commissione Lavoro e Formazione della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, ci parla della sua visione del ruolo delle Regioni nella definizione delle politiche, rimarcando la necessità che queste entrino a far parte del processo fin dall'inizio e non solo nelle fasi emergenziali. E sulla chiusura del PNRR sottolinea l’importanza di non disperdere quanto realizzato, ma puntare a consolidare competenze e strumenti già costruiti.
La conclusione del PNRR rappresenta un momento di passaggio cruciale. È stato uno strumento importante per accelerare anche sull'ammodernamento dei sistemi di formazione e lavoro. Quale bilancio traccia di questa iniziativa e quali prospettive vede per il futuro?
Il PNRR ci ha permesso di fare in pochi anni investimenti che altrimenti avrebbero richiesto un decennio: penso al rafforzamento dei centri per l'impiego, alla formazione duale, al Programma GOL, che in Toscana ha intercettato migliaia di persone in transizione professionale.
Ma il punto vero non è celebrare il bilancio, è capire cosa resta quando i fondi europei finiscono.
Il rischio concreto è che infrastrutture e servizi costruiti con risorse straordinarie si sgonfino non appena viene meno il finanziamento straordinario. Per questo la partita adesso si gioca sulla messa a sistema: portare a regime, con risorse ordinarie statali e regionali, quello che ha funzionato, e non disperdere competenze e strumenti che i territori hanno costruito con fatica.
Non è più tempo di progetti pilota, è tempo di consolidamento.
In qualità di coordinatore della XI Commissione Lavoro e Formazione della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha presentato, lo scorso luglio, alla ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Elvira Calderone la riflessione comune delle Regioni sulla complessità del mercato del lavoro nell'attuale contesto socio-economico. Una riflessione da cui è scaturita una proposta per un'agenda politica comune con un approccio coordinato tra Stato e Regioni. Quali sono i punti centrali della proposta regionale?
Il messaggio di fondo è che le Regioni non vogliono essere interpellate a valle, quando le decisioni sono già scritte, ma essere parte della costruzione delle politiche attive fin dall'inizio: siamo noi a gestire concretamente centri per l'impiego, formazione e ammortizzatori sociali territoriali, e conosciamo prima di altri dove il mercato del lavoro si sta incrinando.
Gli assi che abbiamo posto al centro sono la continuità di finanziamento per gli strumenti nati con il PNRR, una programmazione più stabile e pluriennale invece che per bandi frammentati, e una cabina di regia permanente Stato-Regioni sul lavoro, non convocata solo nelle emergenze settoriali.
Il coordinamento delle politiche territoriali si è dimostrato negli anni un punto di forza nel dialogo con le istituzioni nazionali. Quali vantaggi riconosce nella scelta delle Regioni di "fare sistema" e qual è la visione che intende promuovere per garantire il costante e proficuo dialogo tra le parti?
Fare sistema significa smettere di presentarsi al Governo con venti voci diverse su uno stesso problema. Quando la Conferenza delle Regioni parla con una posizione condivisa, il confronto con il Ministero cambia natura: non è più mediazione tra interessi in competizione, ma interlocuzione tecnica tra chi decide le norme e chi le applica ogni giorno sul territorio.
Il vantaggio è duplice: da un lato diamo forza politica a richieste che nascono da esigenze reali e verificate, dall'altro diventiamo un interlocutore affidabile perché coerente.
La visione che porto avanti è quella di un coordinamento che non si limiti alla gestione dell'emergenza, ma che costruisca un metodo di lavoro permanente, con tavoli tecnici stabili e non solo riunioni convocate quando la crisi è già esplosa.
Da anni le Regioni partecipano in maniera unitaria a fiere nazionali e internazionali dedicate ai temi del lavoro, formazione e istruzione; a queste si affiancano appuntamenti territoriali che valorizzano le esperienze in questi ambiti. Sono appuntamenti che agevolano il confronto sulle politiche del settore e ne promuovono la conoscenza. Firenze ospita molte di queste iniziative. Quale pensa sia il valore aggiunto di questi appuntamenti per la visibilità e la credibilità delle Regioni?
Questi appuntamenti servono a due cose che spesso si dà per scontate: far vedere che le politiche del lavoro non sono solo circolari e delibere, ma persone, imprese e storie concrete, e permettere alle Regioni di confrontarsi tra loro su cosa funziona davvero, senza aspettare la sede istituzionale della Conferenza.
Firenze, per posizione e per tradizione di ospitare eventi di questo tipo, è diventata un punto di riferimento naturale: è più facile far dialogare operatori, parti sociali e amministrazioni quando c'è un contesto che non è solo un tavolo tecnico ma anche una vetrina pubblica.
La credibilità delle Regioni si costruisce anche così, mostrando risultati misurabili e non solo intenzioni, e Firenze in questo ha un ruolo che va oltre l'ospitalità: contribuisce a tenere alta l'attenzione nazionale su questi temi.