Lavoro, progressi e ritardi negli ultimi 150 anni raccontati da Istat

Pubblicato Martedì, 19 maggio 2026

È incentrato sui cambiamenti nel mondo del lavoro l’ultimo numero di “Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia”, la pubblicazione curata da Istat per celebrare il centenario dell'Istituto, raccontando l'evoluzione demografica, sociale ed economica dell'Italia.

Nel 1861 in Italia gli occupati sono 15,5 milioni (oltre il 70% della popolazione); pochi bambini vanno a scuola, la maggior parte lavora con un impegno in attività perlopiù poco qualificate e prive di tutele. Nel 2025 gli occupati sono oltre 24 milioni e rappresentano il 41% della popolazione. La fotografia dell’Istat mette in evidenza come in oltre 150 anni la partecipazione al lavoro e le sue condizioni e caratteristiche hanno subìto cambiamenti profondi, legati a quelli della società e dell’economia del Paese.

L’evoluzione economica segna un profondo cambiamento nel mondo del lavoro: se nel 1861 l’agricoltura assorbe il 70% dell’occupazione, nel 2025 il 70% degli occupati lavora nei servizi, poco più di un quarto nell’industria e appena il 3,5% in agricoltura, nonostante lo sviluppo dei servizi in Italia sia inferiore rispetto alle altre principali economie della Ue.

Anche il livello di istruzione della popolazione è andato aumentando: alla fine degli anni ‘70 otto lavoratori su 10 avevano al più la licenza media e i laureati erano appena il 4%; oggi gli occupati con bassa istruzione sono il 26% del totale, come i laureati. Tra le donne la crescita della quota di laureate tra le occupate è stata più accentuata, e oggi queste rappresentano oltre un terzo del totale.

Con la diffusione e il prolungamento dell’istruzione, la partecipazione al mercato del lavoro si è ridotta prima per i più giovani (fino a 19 anni) e, negli ultimi vent’anni, anche per la classe 20-29 anni: nel 1955, i giovani sotto i 30 anni rappresentavano oltre un terzo degli occupati, mentre oggi sono poco più del 10%. La quota di occupazione dei lavoratori di 60 anni e più, invece, si è prima ridotta (dall’8,5% nel 1955 fino al 4,1% nel 2005), per effetto della diminuzione del lavoro agricolo, del miglioramento dei trattamenti previdenziali e del ricorso ai pensionamenti anticipati, per poi crescere rapidamente (fino al 15% nel 2025), per l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della speranza di vita, l’entrata tardiva nel mercato e l’innalzamento dell’età pensionabile.

Il divario territoriale nei tassi di occupazione si è ampliato dalla seconda metà degli anni ’80 e il Mezzogiorno ha risentito maggiormente dalla doppia crisi 2009-2013, recuperando i livelli occupazionali del 2008 soltanto nel 2024: tra il 1977 e il 2025 il tasso di occupazione è cresciuto di un punto nel Mezzogiorno e di 13 nel Centro-Nord, portando il differenziale tra i tassi da 7 a 19 punti percentuali.


Per approfondimenti leggi “Storie di dati - I cambiamenti del lavoro, tra progressi e ritardi” a cura di Istat.